24/12/17

Zuppa take-away


di Cristina Taliento


A quindici anni la mia mente ne sparava delle belle,
avevo idee da vendere,
l'universo mi batteva spesso il cinque
e mi credevo abbastanza intelligente
per la mia età.

Non so se sia dovuto al fatto di sapere di non sapere,
a quella storia di una società che educa all'eccellenza
o semplicemente a quella volta che urtai la fronte,

ma da un po' di tempo, dopo aver camminato,
per strade e sentieri,
mi siedo
e cerco di pensare a qualcosa di geniale,
niente di particolare,
una storia, un'invenzione,
basta che sia in memoria di me.

Bene, mi giro i pollici e sorrido alle mosche,
ci sarebbe soltanto da alzarsi e dimettersi,
però, a dire il vero,
una cosa l'ho pensata:
uno zuppa store, uno zuppa take-away,
tu vai lì, scegli la tua zuppa
e noi te la serviamo in un bicchiere di carta
così puoi andartene in giro per la città
senza dover per forza mangiare un panino.

26/11/17

Vuoto 142

di Cristina Taliento

Il mio telefono memorizza le note con “Vuoto” e poi il numero. Probabilmente è perché non inserisco il titolo, non so come si fa e poi che titolo vuoi mettere a delle righe scritte a caso mentre cammino scoppiando palloncini di chewing-gum rosa alla cannella. Non dovrei scrivere e camminare, soprattutto su strade autunnali, scivolose, tra spacciatori spettrali, bici sfreccianti, cani randagi. Dovrei stare più attenta, tenere gli occhi aperti.
Invece, ho la memoria piena di Vuoti numero 1, 2, 3... che se ne farà il mondo e cosa mai me ne farò io. Però, in un giorno in cui non avremo nulla da dirci, nè da scrivere o pensare, in un giorno in cui la legna da ardere sarà terminata, io probabilmente ti leggerò il Vuoto 142 che fa più o meno così:

Quando la finirai di parlare e tremare
e scaldarti tanto per ciò che non hai
per ciò che sei e non sei
calciando lattine vuote e indecisioni
che hai la velleità di chiamare oceani,
abbi perlomeno l’accortezza di notare,
mentre cammini bofonchiando
col cuore in gola e la luna storta,
quel bambino a quadretti e jeans
fermo nel buio di una strada inospitale
ad osservare annunci di gatti scomparsi.
Qualcuno se ne dovrà pur interessare,
qualcuno li dovrà pur cercare.
E se hai tempo e ti è rimasto del silenzio,
puoi fermarti a leggere anche tu
per toglierti dal centro del mondo
dal centro del centro del mondo
e poggiarti con le ginocchia sull’asfalto
per vedere se sotto le auto parcheggiate
ci sia un persiano nero
o un chihuahua con cappotto blu elettrico
su cui compare la scritta “Bob”.


03/11/17

Allegro disperato

di C. Taliento


In questa notte di nebbia e luna,
autobus vuoti e castagne alla brace,
In una notte- questa-
di ansia selvatica da studente,
di argentei kebab e tricolori,
io,
con il mio non piccolo,
indaffarato,
allegro disperato Io,
non mi aspettavo certo
un suonatore d’arpa
qui sulla Cattedrale.

Ombre di gatti ascoltano mute
e anziani sordi
guardano nuvole pipistrello
mentre si toccano le orecchie:
finalmente hanno trovato
qualcosa per cui valga la pena
accendere le protesi acustiche.

Io e quei gatti stiamo bene,
per carità,
ma
per la prima volta
temiamo l’otosclerosi...
E vorremmo che questo suono
come in fondo quest’animo
e questa notte,
seppur con le sue grane,
e tutti i pensieri, le persone,
le strade,
restassero
udibili
per sempre.


29/10/17

Panco del Servizio Civile - Ritratti di persone

di Cristina Taliento


Panco del Servizio Civile lavorava ogni giorno con gli ex detenuti, guadagnava pochi soldi al mese, aveva ricominciato a fumare e non chiedeva mai per quale motivo quegli altri fossero finiti dentro.
Si era laureato in Medicina un giorno d’ottobre. Pioveva. Quel giorno non c’era che sua zia, il nonno e il vicino di casa. Gli avevano battuto le mani, poi  la zia aveva detto scuotendo impaziente l’ombrello: “Andiamo che fa freddo”. E Panco del Servizio Civile aveva guardato le foglie gialle e i coriandoli per terra. Comunque, nè la sua condizione affettiva, nè la mancanza di supporto erano i motivi per cui Panco avesse deciso -così, senza molte chiacchiere- di posticipare l’esame di abilitazione alla professione medica e dedicarsi per un anno, trecentosessanta giorni e venti di permesso, a lavori socialmente utili.
Tutto quello che doveva fare consisteva nell’aiutare l’ex detenuto a incontrare la sua famiglia o portargli vino, frutta, aiutarlo a reinserirsi nella quotidianità.
Alto, magro e senza amici, Panco non chiedeva di meglio che essere una spalla, discreta, silenziosa, qualcuno con cui zoppicare.

A dire il vero non so perché ora stia qui a narrare di Panco in modo così superficiale. Farei meglio a scrivere due versi. Tipo:
La cucina di domenica 
Brilla bianca
Sotto un raggio di nuvola
Mi domando come mai
I gatti siano 
Creature paragonabili
All’edera.

Ma non importa. Panco leggeva la Divina Commedia. Aveva in tasca un fazzoletto di stoffa.
“Cosa se ne fa un giovane di un fazzoletto di stoffa?” gli aveva chiesto un vecchio spacciatore.
“Non lo so, per asciugarmi il naso se cola” aveva detto.
E lo spacciatore si era messo a ridere.

“Perché lo fai?”
“Fare cosa?”
“Perdere il tuo tempo qui”
“Non perdo il mio tempo”
“Stai cercando qualcosa?”
Panco, seduto sulla poltrona di velluto verde di proprietà dell’Associazione, con la faccia mescolata come un impasto da un cucchiaio di legno, aveva risposto: “Non sto cercando niente”.

Diversamente dagli altri ragazzi del Servizio Civile, aitanti, energici e con una ottimistica soluzione per tutto, Panco spesso non sapeva che pesci prendere. La sua pasta al pomodoro era sempre un po’ scotta e non sapendo giustificarsi, mangiava gli spaghetti ascoltando quello che l’altro diceva.
Sparecchiava. Lavava i piatti. Alle 19 tornava a casa. Lo aspettavano la zia e il nonno che parlavano di guerre, disastri ambientali. La zia si riferiva sempre a situazioni attuali, come ad esempio il conflitto siriano, la Corea del Nord. Il nonno le dava ragione e aggiungeva qualcosa su Alsazia e Lorena.
Panco si sedeva a leggere il giornale o le nuove linee guida di una malattia.

Come ritratto questo non ha un finale, non nel senso catartico del termine. Se stesse o meno cercando qualcosa, una risposta, un segno, nessuno lo seppe mai, nè io, nè gli ex detenuti, tantomeno sua zia che iniziava ad avere, tra l’altro, un principio di cataratta.
Quello che so è che dopo il Servizio Civile, Panco iniziò a frequentare un ambulatorio di un medico di medicina generale.
Molti dicevano che fosse un tipo apatico, indeciso, senza vocazione. Io non lo so. Secondo me, era un  ragazzo tranquillo.