23/08/16

Elena - Ritratti dei tristi

di Cristina Taliento


Ed era il tempo, nuovamente il tempo, il suo pensiero dolce che usciva dalla moka insieme ai piccoli schizzi che macchiavano le piastrelle bianche della cucina. No, non voleva lasciarsi coinvolgere. Spegneva il gas. Versava il caffè nella tazzina, beveva nel silenzio. Un cruciverba, una matita, un orologio da polso che avrebbe messo. Che non avrebbe messo. 
Era il Tempo, o meglio, il pensiero del tempo che sedeva a fianco a lei sull'autobus numero 5 delle sette e trenta. No, non poteva. Premeva il tasto che faceva lampeggiare la scritta "fermata prenotata". Scendeva. Si fermava all'edicola per comprare il giornale. Nessuno lo faceva più, ma lei, d'altronde, non avrebbe potuto smettere. Il Tempo, allora, diventava l'articolo che stava leggendo, la fotografia che stava guardando. Girava pagina.
Non voleva, c'era qualcosa di sbagliato nell'amare fortemente il passato, nel costruire ogni giorno un'immagine di sé che s'ispirarasse alla lei più giovane, alla lei di quando loro -tutti loro- erano stati giovani.
Non si poteva, non si doveva.
Non era facile, per niente facile, vivere il presente come se questo fosse già passato, idealizzarlo al punto da collocarlo nella perfetta cristalliera dei ricordi.
 Gianni viveva come uno zingaro; mangiava i momenti senza curarsi di averli digeriti, era vorace, ma dimenticava. Si faceva trasportare da una strada all' altra dalla corrente delle occasioni, delle sue voglie, paure, ambizioni eppure si sbarazzava di un momento come di un pezzo di carta. Non aveva paura di accortacciare in un solo gesto tutti gli scontrini della sua esistenza, buttandoli semplicemente senza guardarli dopo, senza desiderare di non averlo fatto.
Elena non era come lui.  Avrebbe preso quelle cartacce tra le sue mani spaventata dal pensiero di non poterle possedere, di non poter trattenere il mare che ogni anno avanzava sempre di più -sempre di più - rovinando la pittura della casa sugli scogli, dove tutto era stato una volta così bello. E sarebbe corsa laggiù con il vestito bianco, ci sarebbe andata anche in autunno a urlare contro il mare di andare via, via, di lasciare stare quella casa, la casa delle sue estati, di non rovinare niente. Avrebbe preso a calci le onde, maledette evanescenti macchine di rovina, per riprendersi indietro la sua vecchia spiaggia insieme ai suoni delle risate- le loro risate- che ancora oggi lei poteva sentire così vive tra le raffiche di vento. Ma tutto era serio, tranne lei. Tutto era sobrio e mal messo, tranne lei. Tutto così gravemente eroso dalla salsedine. E ciò che non era distrutto, era stato rinnovato, con uno stile molto diverso da quello del 1989.

Gianni aveva una sua visione del mondo, degli avvenimenti. Diceva che le piccole dosi di tristezza saltuaria, se non quotidiana, servivano per preservarti da più grandi sciagure che di solito si abbattevano nei periodi di quiete assoluta. Quando un suo amico era depresso, ripeteva questa teoria e poi se ne andava, lasciando però con il suo fare disattento molta più consolazione di quanto ci si potesse aspettare da un amico premuroso. E con Elena faceva lo stesso. Egli credeva che le menti fragili come quelle di Elena avevano bisogno di una boa a cui aggrapparsi per non annegare. Quella boa era la superstizione, il paradiso, e nel suo caso il pensiero che la tristezza a bassa frequenza andasse bene, che potesse addirittura proteggerla dalle catastrofi. Lei ci credeva, sospirando, borbottando, non voleva fare a meno di annuire perché, alla fine, tutta quella malinconia era il caldo cappotto che l'avvolgeva dandole un'identità e una memoria. Vi era, infatti, in quel suo modo d'essere lontano e distante, la storia della sua vita, la testimonianza che lì era passata la gioia, l'amore, l'avventura e poi il tempo aveva asciugato ogni cosa, prima di sgretolarla, frantumarla fragorosamente nei tuoni e nella burrasca di quel presente in cui ella non riusciva più a riconoscersi, dove per quanto potesse piangere, le lacrime non erano le sue lacrime, i sogni non erano più i suoi sogni e niente che facesse e vivesse si sarebbe potuto paragonare a quel periodo in cui il meglio doveva ancora venire. E detto ciò, si sarebbe potuto festeggiare a lungo, stappando champagne, conversando amabilmente con le mogli dei suoi vecchi amici, ma questa era la sua consapevolezza, quella di non ritornare indietro, di non rincontrarlo più.

Elena viveva nel Tempo. Alcune sere era il suo unico amico, tutto quello che aveva, quello che le era rimasto. Rispondeva al presente accendendosi una sigaretta perché non avrebbe saputo cosa dire, che, che... si, era stata felice, che probabilmente poi dopo non si era sentita più così viva. Il fumo che la circondava ne sfumava i contorni, come se ella stessa non fosse stata reale.
Io la guardavo con dolore. Ella era quella a cui non avrei mai voluto assomigliare.
"Gianni non ti amava. Ha sposato un'altra" ho detto con la schiena appoggiata alla ringhiera del balcone. 
Gianni, poi. Esisteva davvero?
"Accidenti, come fai, come fai a rimanere così vittima dei tuoi sentimenti? Perché non li tratti con meno rispetto? Perché non accetti che qui siamo tutti un usa e getta generale dove si vive e si muore e si dimentica e si va avanti?"
Mi guardò.
Continuai: "Non puoi ricordare così forte. Così sei un fantasma".
E lei che lo sapeva. E lei che avrebbe voluto non saperlo. 




09/08/16

Faro

di Cristina Taliento

Saint George's Reef Lighthouse Watercolor by Thomas A Needham
(St George's Reef lighthouse by Thomas Needham)


Io mi ricordo di un pomeriggio a mare,
 il sole che cadeva di taglio tra le onde,
 la sabbia che volava e diffondeva la luce
 come forse accadeva spesso in quei posti deserti dell'Africa.

Io mi ricordo braccia simili alle mie ora,
braccia che mi trattenevano nell'acqua per non affondare.
E stringermi a quelle era per me allora
l'unico significato possibile di salvezza.

Io m'immagino sempre che laddove sia quel ricordo
lì, sono io.
O, quantomeno, una buona parte di me.

Festa

di Cristina Taliento




(Musique, Henri Matisse, 1910, Museo dell'Hermitage, San Pietroburgo)

È sera e ci sono luminarie. Il sole è tramontato da poco e il suo odore non è ancora scomparso nel buio, la tramontana non l'ha ancora portato via. I raggi di luce, si sa, profumano di grano e di viole. A pomeriggio c'è stato un temporale e il cielo sembra un capodoglio ferito che deve ancora guarire. Ogni tanto si vede una stella e qualcuno pensa che allora l'indomani si potrà andare a mare e ci sono dei vecchi seduti all'uscita del bar che vedono- e chissà se non le vedano davvero- delle sfumature color ruggine tra le antenne delle case. "Rosso di sera buon tempo si spera" dice uno. Gli altri alzano il mento.
Le persone si radunano in piazza perché il Comune del paese ha finanziato un progetto di musica di strada dove, nelle diverse serate, si alternano personaggi ospiti come Renzo Arbore a gruppi di bande provenienti da varie parti dell'Italia, ciascuna con il suo stile.
Stasera è la volta delle bande: sette otto bande che si muovono a suon di musica, girano tra la gente e si fermano di tanto in tanto in un angolo di piazza, lontane abbastanza tra di loro affinché le note non si sovrappongano, e continuano a suonare, facendo qualche numero in più, dato che, quando sono fermi, si radunano gruppi di bambini curiosi con genitori al seguito o comitive di ragazzi in vacanza che stasera hanno preferito il paese alla movida cittadina.
Tante bande tra la tramontana. Le signore, infatti, hanno quasi tutte il cardigan che mettono e tolgono perché sì, a volte fa un po' freddo, ma poi a battere le mani tutti insieme torna presto a far caldo.
C'è in giro un certo grado di tranquillità, di paradossale quiete malgrado gli ottoni e le grancasse. Forse perché ieri, qui, nella stessa piazza c'è stato Renzo Arbore e la folla arrivava fino al Bar Valentino. Le aspettative erano maggiori, i turisti erano tanti e tra i residenti c'era chi assisteva con braccia incrociate per vedere se lo spettacolo valesse davvero quei sessantamila euro della cittadinanza. Così, chi diceva "è stato bello" acconsentiva agli sperperi e chi diceva "beh dai", no. Ieri tutti si sentivano coinvolti, se non nei gusti musicali, nel partecipare con un' opinione o un sorriso. Mentre stasera è un po' come ritrovarsi e basta, senza la pretesa di essere intrattenuti a dovere, perché è una di quelle feste come una volta, quando non c'erano turisti da attirare o eventi da promuovere. Una di quelle feste dove le persone profumano di sapone, hanno camicie stirate e c'è sempre qualcuno che vende palloncini con l'elio e zucchero filato. Ci sediamo a gambe incrociate sul palco del concerto di ieri che oggi è stato invaso da bambini a cui non importa molto ascoltare le bande. A noi, invece, piace, ma ci fanno male le ginocchia e da quassù, poi, la visuale è migliore, anche se il vento è forte e batte sul collo. Prende a tutti una voglia di ascoltare, di lasciare che l'animo del paese ci torni dentro con le sue immagini e le sue atmosfere. Da qui è facile vedere ragazzi che ballano, gente che si saluta da lontano come gli anziani che si scambiano cenni del capo, bambini che battono il cinque, oppure strette di mano, presentazioni, "questa è mia figlia", baci sulle guance. È bello.
È bello davvero. Ci sono cose che rimangono nostre per sempre come la serenità di stare qui, ora, tra i cuori di tutti. A casa. 

19/07/16

I cambiamenti del nostro sentire

divagazioni di Cristina Taliento

"Hello everybody". Il radiofonico dj saluta sempre così all'inizio del suo programma. 
"Hello" bisbiglio automaticamente anch'io come quei sette milioni di ascoltatori in onda.
Il Radiofonico Dj stasera chissà che ha nella voce, mi sembra quasi malinconia. Sono tre volte che chiede "e allora come state" a noi very normal people che si sa come stiamo: fa caldo, ci lamentiamo. Per giunta, non possiamo rispondere. Alziamo le spalle, chi mentre studia, chi mentre lava i piatti. E tu che hai, signor Dj, cosa c'è che non va stasera?
Mette La Gatta di Gino Paoli. Mi sembra ieri che imparavo a suonare la chitarra seduta in giardino con le infradito e questa canzone in uno spartito.
C'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare con una finestra a un passo dal cielo blu.. tu tu tutu.
C'era una volta io, un giardino, la Gatta, estati infinite in cui perdersi e ritrovarsi, la menta da bere in silenzio ma con il ghiaccio, i bagni a mare in solitaria, nuotando un po' di qua e un po' di là, tra un sentimento e l'altro, una noia e un sogno. Eravamo noi quelli nella fotografia.
È che si, lo so, lo so che non ho ancora l'età per potermene lamentare, ma era solo ieri che avevo quindici anni e suonavo c'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta... Gino Paoli, la conosci vero?
Ed era ieri che le mie dita a mo' di Sol settima su una chitarra.
Una chitarra che ora chissà dove sarà finita. Mangiata dalla polvere di questi sette anni in cui siamo cambiati tutti, tutti nessuno escluso. Era bello. Era bello starmene lì in giardino a beccare l'accordo sulla finestra vicino al mare a un passo dal cielo blu.
"Soffitta vicino al mare" mi correggi.
Non ha importanza.
È che noi, noi inteso come persone, siamo tutti un po' smemorati, ci dimentichiamo chi eravamo, cosa provavamo soprattutto. Siamo degli svampiti con la testa fra le nuvole. Dovremmo avere più cura dei nostri sentimenti perduti nel tempo, sbiaditi dall'assuefazione. Ci preoccupiamo troppo di come cambia il nostro corpo, lottiamo per proteggerci dalle rughe, dal tessuto adiposo, dallo stress ossidativo. Ed è buffo perché arriviamo a quarant'anni che proviamo la metà di quello che provavamo quando eravamo giovani, ma nessuno muove un dito, nessuno fa qualcosa per palestrarsi i sensi e il cuore. Ovviamente, con cuore intendo quel concetto astratto  con cui si designa l'anima fin dall'Ottocento.
"È tutto sbagliato, non trovi?" chiedo.
Ma tu mi dici di "non pensarci e stare calma" che il Tempo alla fine non deve essere qualcosa per cui mettere il broncio.
Non sto mettendo il broncio, ti dico.
Ma si- mi dici- hai anche gli occhiali sul naso come la mia professoressa.
Aspetta. Mi giro, ti guardo da sopra gli occhiali. Hai ragione.
Ed è lì, esattamente lì che ridiamo e invecchiamo e, chi se ne frega, accettiamo di essere umani e mortali, distratti e imprecisi in queste nostre divagazioni, in questi nostri pensieri che sono fragili poiché intuitivi e indimostrabili, assolutamente ascientifici e buffi, invero abbastanza patetici, pensieri che muoiono in una risata, in una tazza di thè.